Nell’estate del 2015 l’archeologo Domenico Nisi, veronese di nascita ma roveretano di adozione, si recò sul Baldo malcesinese accompagnato da guide locali tra cui lo scrivente, per prendere il calco e fotografare alcune scritte scoperte durante una escursione negli anni ’80. Nisi, recentemente scomparso, è stato tra i massimi studiosi di incisioni rupestri del Monte Baldo e ha scoperto la pista di caccia paleolitica del Monte Baldo – Monte Stivo – Monte Bondone con ritrovamenti di circa 130 siti.

Domenico Nisi rileva le incisioni.
Le incisioni, che lo studioso ha classificato come Reto-Etrusche e risalenti al V-IV sec. A.C., si trovano all’interno della grotta di Cói da Vó su di un masso, simile ad un altare, che si trova sul fondo della stessa e posizionato di fronte ad una stretta spaccatura nella roccia che nei periodi più piovosi diventa una piccola sorgente. Lo stesso Nisi mette in relazione le scritte in oggetto con il cacciatore della Busa Brodeghera sul Monte Altissimo, i cui resti, ritrovati nel 1976 e conservati ora presso il M.A.G. di Riva del Garda, risalgono anch’essi al V-IV secolo A.C. Non va dimenticato che la busa Brodeghera, un inghiottitoio profondo circa 80 metri e sigillato da uno spesso strato di ghiaccio, fino al 1525 faceva parte del Comune di Malcesine e che fu venduta, assieme a parte del Monte Altissimo, al comune di Nago-Torbole per eliminare alcune discordie.
Nisi ipotizza che questi due siti, non distanti tra loro, siano stati usati per riti cerimoniali dai Reti, un antico popolo alpino arrivato dall’Etruria (di cui conservò l’alfabeto) la cui presenza è documentata in regioni tra l’Italia settentrionale e l’Austria, inclusa la zona di Trento.

La scritta trovata nella grotta e tutt’oggi ancora non decifrabile
Perchè queste due scoperte se messe in relazione con altri ritrovamenti possono essere importanti? In primo luogo perchè evidenziano il fatto che questa zona è sempre stata luogo di confine, punto di incontro e contatto tra popoli diversi e di passaggio e collegamento tra il Nord e il Sud. Come lo ama definire lo storico rivano Elvio Pederzolli una “Terra di mezzo”.
A Malcesine, come testimoniato dal Borsatti nel libro “Malcesine” 1929 e successivamente dal gardesano Nereo Maffezzoli in “Asterischi Malcesinesi” non vi sono infatti consistenti tracce di insediamenti preistorici o protostorici che ci possano aiutare a stabilire un’appartenenza a questa o a quella stirpe o a questa o a quella età. Incisioni rupestri coeve della Pietra di Castelletto (Bronzo antico o medio) o della Pietra delle Griselle (Torri del Benaco, settore III, Bronzo recente) non sono mai state ritrovate. Almeno prima della scoperta delle incisioni in oggetto che si collocano tra la fine dell’età del Ferro e l’inizio dell’età del Bronzo. Alcuni ritrovamenti sono andati purtroppo perduti, come le tombe scoperte nel 1924 nel campo Manés a sinistra della strada che da Bochéra conduce al Cimitero vecchio (l’attuale stazione delle corriere)e disgraziatamente distrutte dagli sterratori, o come quelle scoperte nel 1926 sempre nel campo Manés e anch’esse distrutte ma dettagliatamente descritte dal Borsatti nel suo libro.

Vista dalla grotta su Malcesine.
Proprio Maffezzoli di queste ultime propone una verosimile ipotesi. Nel luglio del 1964 a Garda viene alla luce una necropoli e il pronto intervento di Mario Pasotti salva 26 sepolture in urne di tipologia Paleoveneta databili tra il X e l’VIII secolo A.C. La scoperta è importantissima anche per Malcesine perché segnala la presenza dei Paleoveneti anche sul Benaco orientale. L’uso della cremazione dei cadaveri, che li differenzia dagli altri popoli confinanti, fa dedurre al Maffezzoli che la “brutta pignatta di terra” (urna) ritrovata a Malcesine nel 1926 fosse Paleoveneta. I veneti, secondo alcuni studiosi, provenivano dalla Plafagonia, un’antica regione costiera dell’Anatolia centro settentrionale.
Reti, Veneti e Cenomani (presenti sulla sponda occidentale del Garda e di cui è testimoniata qualche infiltrazione). Tutto porta ad una affascinante conclusione. L’Alto Garda da secoli è una “Terra di mezzo”, ponte tra l’Italia peninsulare e l’Europa continentale.

Il masso con le iscrizioni.
Articolo pubblicato sulla rivista del CTG di Brenzone “El Gremal” 2025.
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